L’ISTITUTO DELLA RIABILITAZIONE

L’istituto della riabilitazione, disciplinato dall’art. 178 c.p. e seguenti, rappresenta un diritto del condannato che ha espiato la pena principale (o la cui pena è stata estinta) a veder estinguere le pene accessorie e ogni altro effetto penale della subita condanna, con lo scopo di facilitare il suo reinserimento sociale.

Attenzione: il certificato penale di un condannato che ottiene la riabilitazione risulta “pulito” agli occhi dello stesso interessato,così come ad una pubblica amministrazione od un gestore di pubblico servizio, ma agli Uffici che esercitano la giurisdizione penale, la riabilitazione sarà annotata come un fatto ulteriore “accanto” alla sentenza di condanna; in sostanza a certi Uffici sarà sempre visibile la “storia” del soggetto.

Le condizioni per la riabilitazione sono sostanzialmente quattro e sono precisate nell’art. 179 c.p.:

decorso di un certo tempo;

– prova di buona condotta; effettiva e costante;

– aver adempiuto alle obbligazioni civili derivanti dal reato;

– non essere stato sottoposto a misure di sicurezza o di confisca.

Offriamo alcuni dettagli su tali requisiti:

decorso del tempo; per richiedere la riabilitazione devono essere trascorsi almeno 3 anni dall’esecuzione della pena principale, che aumentano  a 8 anni nel caso in cui il condannato sia recidivo, per diventare 10 anni nei caso in cui si discuta di delinquenti abituali, professionali o per tendenza. Qualora sia stata concessa la sospensione condizionale della pena, la decorrenza dei termini (per la richiesta della riabilitazione) cambia a seconda che sospensione sia stata concessa ai sensi del primo, secondo e terzo comma dell’art. 163 o ai sensi del quarto comma dello stesso articolo.

–  buona condotta; non è sufficiente dimostrare l’assenza di ulteriori elementi negativi nel comportamento tenuto dall’interessato, ma è necessario che il suo comportamento denoti un ravvedimento per i reati commessi e un interesse a condurre la sua vita in maniere rispettosa della legge; infatti rilevano anche le frequentazioni dell’interessato, che, nel caso in cui siano non sporadiche, con persone gravate da precedenti penali, possono influire sulla valutazione dell’effettiva buona condotta (così Cass. Pen., sez. V, n.39499/2018). Inoltre, come affermato dalla Suprema Corte nella sentenza 37829/2015, “la valutazione del comportamento tenuto dall’interessato deve essere attuata globalmente e non essere limitata al periodo minimo fissato dalla legge.”.

adempimento delle obbligazioni civili; è necessario che l’interessato abbia pagato le spese di giustizia a Lui addebitate, nonché, in caso di carcerazione le spese del suo mantenimento in carcere e che abbia provveduto a pagare il risarcimento dei danni generati dai reati commessi , per i quali si chiede la riabilitazione; salvo non sussista la dimostrazione della sua incapacità economica a provvedervi (incapacità che deve essere data tramite documenti “fiscali” e certificato di disoccupazione o di mobilità, non certo tramite delle semplici autocertificazioni!).

misure di sicurezza o di confisca ; come sopra già segnalato tali misure sono oggettivamente ostative, non esistono margini di discussione sul punto, a meno che le stesse misure non siano state autonomamente già revocate.

La decisione sulla richiesta di riabilitazione, come l’eventuale sua revoca, sono di competenza del Tribunale di Sorveglianza che decide con Ordinanza, a seguito dello svolgimento del procedimento in camera di consiglio senza la presenza delle parti. Qualora la richiesta venga respinta, la decisione può essere impugnata davanti lo stesso Giudice ( con le forme di cui all’art 666 c.p.p.) e poi anche con ricorso in Cassazione. Qualora  la riabilitazione sia stata negata per difetto di buona condotta, una nuova richiesta può essere proposta non prima di due anni dal rigetto.

La riabilitazione può essere anche revocata:  questo avviene di diritto, nel casi in cui la persona riabilitata commetta entro sette anni dal beneficio ottenuto,  un delitto non colposo dal quale derivi una pena di 2 anni o superiore; come prescritto dall’art. 180 c.p..

Attenzione: un discorso autonomo e particolare va fatto per due categorie di soggetti; per i Militari è competente il Tribunale militare di sorveglianza; mentre per quanto riguarda la riabilitazione per i Minorenni, è competente: il Tribunale per i Minorenni se la richiesta viene formulata entro il compimento del 25esimo anno d’età; successivamente a tale età si entra nella sfera del Tribunale di Sorveglianza.

L’effetto principale della concessione della riabilitazione, come si è già evidenziato, è l’estinzione delle pene accessorie. Tra le pene accessorie più incisive è bene ricordare: l’interdizione perpetua dai pubblici uffici (tra cui il diritto di elettorato attivo e passivo) o da una professione o un’arte; la possibilità di essere tutore o curatore.

Si annoti sotto diverso profilo che con l’ottenimento della riabilitazione possono aprirsi diversi scenari; per esempio, un condannato con una storia “articolata” cancellando parte delle condanne più remote, può magari beneficiare dell’amnistia e dell’indulto per reati più recenti ; ovvero usufruire di benefici  che  erano “bloccati” proprio dalla sussistenza di  remote condanne.

La riabilitazione essendo un diritto del condannato, non è una scelta discrezionale del giudice: quest’ultimo in presenza di tutte le condizioni necessarie, ha l’obbligo di concederla, certo, per la buona condotta, di fatto, si entra in una sfera dove il giudizio, in concreto, ha una personalizzazione.

La richiesta di riabilitazione può essere presentata autonomamente dall’interessato, ma salvo casi particolarmente semplici ( per esempio 1 sola remota condanna ) sia permesso dire: chi più spende meno spende, in quanto la puntualità e la precisione di certa documentazione e di certe situazioni non certo può sussistere nel “fai da TE”; peraltro come segnalato sopra il difensore è necessario qualora si debba “impugnare”  una decisione del Tribunale di Sorveglianza. La parcella di un avvocato, in linea di massima, può dirsi congrua, allorquando si aggiri intorno ad euro 1300,00; chiaro che è un dato orientativo,  da specificare ed approfondire nel singolo rapporto fiduciario; per contro, anche in questa situazione, l’interessato che abbia  certi requisiti di reddito avrà diritto a chiedere  il Patrocinio a Spese dello Stato ( in tal caso l’avvocato iscritto alle specifiche Liste si attiverà a favore del Cliente, ma, riceverà  i compensi da parte dello Stato;  circa due anni dopo) .

 

DELITTI CONTRO L’INCOLUMITÀ INDIVIDUALE: PERCOSSE E LESIONI

L’intento di questo articolo è offrire al Lettore  non addetto ai lavori una sorta di schema ed una traccia di primo ragionamento su due parole quotidianamente pronunciate, quali: percosse, lesioni; parole il cui significato è dato spesso per scontato, ma alle quali sono sottese  molteplici situazioni offerte dal nostro Legislatore.

PERCOSSE

Ai sensi dell’articolo 581 c.p. il delitto, se dal fatto non derivi una malattia nel corpo o nella mente e se la violenza non è elemento costitutivo o circostanza aggravante di un altro reato, è punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa fino a 309 euro.

Il bene giuridico protetto nel reato di percosse è l’incolumità individuale, ossia l’integrità fisica della persona contro qualsiasi aggressione violente sul corpo purché essa produca solamente una sensazione di dolore, senza postumi fisici di alcun genere.

Soggetto attivo del reato può essere qualunque individuo, mentre il soggetto passivo è necessariamente un essere vivente, giacché l’azione violenta contro un individuo non più in vita potrebbe integrare semmai l’ipotesi di vilipendio di cadavere di cui all’art. 410 c.p.

Si tratta di un reato di pura condotta: il reato si intende consumato nel momento in cui è realizzato l’atto di percuotere che implica, dunque, una condotta commissiva, che può realizzarsi attraverso qualsiasi forma (Cass. n. 1801/1986; Cass. n. 800/1984) e con mezzi d’offesa sia naturali  che artificiali (sassi, bastoni, libri, ecc.).

L’elemento essenziale del reato è, quindi, la violenza fisica che si estrinseca in una condotta idonea a provocare un’apprezzabile sensazione di dolore, la quale, tuttavia, non è necessario che venga concretamente provocata, potendo anche essere, per ragioni particolari, solo eventuale (ad. es. nelle ipotesi di anestesia o insensibilità della zona del corpo colpita, in base alle quali la persona offesa non risente di alcun dolore fisico, cfr. Cass. 11.6.1985, CED 170189, RP 1986, 590).

Quanto all’elemento soggettivo, il reato  richiede il solo dolo generico, ovvero “la coscienza e la volontà di tenere una condotta violenta tale da cagionare una sensazione dolorosa al soggetto passivo, mentre sono irrilevanti gli antecedenti psichici della condotta, ossia il movente del comportamento tipico descritto dalla norma generale”, non essendo indispensabile che, ai fini dell’integrazione del delitto, si accompagni l’intenzione di provocare dolore fisico (ad es. nel caso di spinta per intento scherzoso, sfida bonaria, ecc.).

Il delitto ex art. 581 c.p. rimane assorbito in delitti più gravi, in cui la violenza è circostanza aggravante o elemento costitutivo del reato [come, ad esempio, il delitto di maltrattamenti in famiglia ex art. 572 c.p., la violenza privata ex art. 610 c.p., la rapina, la rissa ecc.

LESIONI PERSONALI

Il bene giuridico oggetto di tutela è l’integrità fisica ed anche mentale della persona colpita. La fattispecie è disciplinata all’art. 582 per quanto riguarda le lesioni personali dolose e all’art. 590 c.p. per quanto riguarda le lesioni personali colpose.

Dispone l’art. 582 c.p.: “chiunque cagiona ad alcuno una lesione personale, dalla quale deriva una malattia nel corpo o nella mente , è punito con la reclusione da tre mesi a tre anni.
Se la malattia ha una durata non superiore ai venti giorni e non concorre alcuna delle circostanze aggravanti prevedute dagli articoli 583 e 585, ad eccezione di quelle indicate nel numero 1 e nell’ultima parte dell’articolo 577, il delitto è punibile a querela della persona offesa”.

La norma quindi disciplina al primo comma le lesioni personali lievi, qualora la malattia sia giudicata guaribile tra i 21 ed i 40 giorni, mentre al comma secondo si puniscono invece la lesioni personali lievissime, qualora la malattia non superi i 20 giorni di durata.
La giurisprudenza più risalente identificava il concetto di malattia con qualsiasi alterazione anatomica o funzionale dell’organismo, anche se localizzata, di lieve entità e non influente sulle condizioni organiche generali. La giurisprudenza moderna, invece, limita la previgente nozione identificando la malattia come una perturbazione funzionale,  un processo patologico, acuto o cronico, localizzato o diffuso, che implichi una sensibile menomazione funzionale dell’organismo

Dal punto di vista soggettivo, non è richiesta la volontà di causare un particolare tipo di lesione, essendo sufficiente la volontà e consapevolezza di cagionare una violenta manomissione dell’altrui persona. Tuttavia, al fine di armonizzare tale imputazione oggettiva, si ritiene più coerente che la lesione sia perlomeno prevista e voluta come conseguenza della condotta.

LESIONI PERSONALI  GRAVI e GRAVISSIME

L’art. 583 c.p. prevede due forme aggravate di lesioni.

“La lesione personale è grave e si applica la reclusione da tre a sette anni

1) se dal fatto deriva una malattia che metta in pericolo la vita della persona offesa , ovvero una malattia o un’incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni per un tempo superiore ai quaranta giorni;

2) se il fatto produce l’indebolimento permanente di un senso o di un organo.

La lesione personale è gravissima, e si applica la reclusione da sei a dodici anni, se dal fatto deriva:

1) una malattia certamente o probabilmente insanabile;

2) la perdita di un senso;

3) la perdita di un arto, o una mutilazione che renda l’arto inservibile, ovvero la perdita dell’uso di un organo o della capacità di procreare , ovvero una permanente e grave difficoltà della favella;

4) la deformazione, ovvero lo sfregio permanente del viso

LESIONI PERSONALI COLPOSE

La fattispecie di cui all’art. 590 c.p. disciplina invece le lesioni personali colpose:

“Chiunque cagiona ad altri, per colpa, una lesione personale è punito con la reclusione fino a tre mesi o con la multa fino a trecentonove euro.

Se la lesione è grave , la pena è della reclusione da uno a sei mesi o della multa da centoventitre euro a seicentodiciannove euro;

se è gravissima, della reclusione da tre mesi a due anni o della multa da trecentonove euro a milleduecentotrentanove euro.”

Tale fattispecie, presenta i medesimi elementi costitutivi di quella regolata all’art. 582 c.p., dalla quale si differenzia per il solo elemento psicologico, essendo richiesta la colpa.

LESIONI STRADALI

L’ordinamento giuridico prevede poi le c.d. lesioni stradali colpose: con tale espressione si fa riferimento alla fattispecie delittuosa colposa introdotta ad opera della L. 23 Marzo 2016 n. 41  nell’ambito dei delitti contro la persona di cui al titolo XII del libro II del nostro Codice Penale.

Il provvedimento ha provveduto a scorporare dal genus delle lesioni personali colpose di cui all’art. 590 c.p., le nuove lesioni stradali (commesse cioè con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale) gravi e gravissime, oggi contemplate quale autonoma figura di reato e non più come mera circostanza aggravante ad effetto speciale.

Le lesioni lievi e lievissime cagionate con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale sono invece ancora regolate dalla normativa previgente, al pari delle lesioni colpose ordinarie, e in specie dall’art. 590 comma 1 c.p.

Il nuovo art. 590 bis c.p. punisce con la reclusione da tre mesi ad un anno, per le lesioni gravi, e da uno a tre anni, per le lesioni gravissime, chiunque per colpa cagioni ad altri una lesione personale con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale.


In sintesi ed in conclusione:

allorquando si sentono pronunciare le parole percosse o lesioni, il primo approfondimento impone comprendere se all’autore sia contestabile la colpa od il dolo ed, in contemporanea, prospettarsi l’entità del danno generato e quindi i giusti parametri del caso specifico;  in contemporanea  domandarsi, a primo colpo, se vi sia una procedibilità d’ufficio o se sia necessaria una querela.

E’ poi  a tutti  ben noto che la tematica delle lesioni in materia di “circolazione”,  oltre a quanto detto sopra, ha una sua specifica regolamentazione collegata allo status ed al comportamento del conducente ovvero: all’aver commesso il fatto in stato di ebbrezza alcoolica o in stato di intossicazione dovuta all’assunzione di stupefacenti o ancora per aver perpetrato il reato ponendo in essere violazioni particolarmente significative di norme di comportamento previste dal Codice della Strada; ma tali specifiche tematiche, così come l’omicidio stradale ( art589 bis  c.p. ), meritano, ovviamente, autonomi e ben distinti ragionamenti.

AFFIDAMENTO DEI FIGLI

La ratio sottesa ai diversi regimi di affidamento è comune ed è quella di  salvaguardare il prevalente interesse dei figli.

 La questione dell’affidamento dei figli in sede di separazione, divorzio od al di fuori del matrimonio ha trovato riforma con il Decreto Legislativo numero 154 del 2013 che ha introdotto gli articoli 337-bis e seguenti all’interno del codice civile.

L’ambito di applicazione è delineato dall’articolo 337-bis del codice civile: le disposizioni si applicano “in caso di separazione, scioglimento, cessazione degli effetti civili, annullamento, nullità del matrimonio e nei procedimenti relativi ai figli nati al di fuori del matrimonio”.

Le tipologie di affidamento   si distinguono in:

– affidamento condiviso

– affidamento esclusivo

– affidamento c.d. “superesclusivo”

  •  affidamento condiviso

Il regime ordinario è quello dell’affidamento condiviso, il cui fondamento è la capacità dei genitori di assumere di comune accordo le scelte che riguardano i figli.  Ex art. 337-ter c.c., “le decisioni di maggiore interesse per i figli relative all’istruzione, all’educazione, alla salute e alla scelta della residenza abituale (…) sono assunte di comune accordo”. In virtù dell’istituto dell’affidamento condiviso  infatti la potestà genitoriale è esercitata da entrambi i genitori che assumono, di comune accordo, le decisioni di maggiore interesse per la prole.

  •  affidamento esclusivo

L’affidamento esclusivo costituisce invece una  soluzione eccezionale, consentita unicamente ove risulti, in capo a uno dei genitori, una condizione di manifesta carenza o inidoneità da rendere l’affidamento condiviso pregiudizievole e contrario all’interesse del minore.  E’ disciplinato dall’art. 337-quater c.c., secondo il quale, “il genitore cui sono affidati i figli in via esclusiva (…) ha l’esercizio esclusivo della responsabilità genitoriale su di essi” e “deve attenersi alle condizioni determinate dal giudice”, fermo restando che “il genitore cui i figli non sono affidati ha il diritto e il dovere di vigilare sulla loro istruzione ed educazione e può ricorrere al giudice quando ritenga che siano state assunte decisioni pregiudizievoli al loro interesse”.

Secondo quando stabilito dalla giurisprudenza, può disporsi l’affidamento  esclusivo, quando, ad esempio:

  • Uno dei due genitori si disinteressa del figlio.
  • Uno dei due genitori parla male dell’altro genitore al figlio o comunque ostacola il rapporto con l’altro genitore.
  • Un genitore non adempie alle obbligazioni di mantenimento.
  • Un genitore non ha relazioni adeguate con il figlio.

L’affidamento esclusivo del figlio determina l‘esercizio in via esclusiva della responsabilità genitoriale. Anche in questo caso le scelte di maggiore interesse per il figlio devono essere prese da entrambi i genitori. Per quanto invece attiene alle scelte di ordinaria amministrazione queste verranno prese dal genitore affidatario in via esclusiva.

  •  affidamento c.d. “superesclusivo”

L’affidamento c.d. “superesclusivo” è invece un istituto di creazione giurisprudenziale e prevede le competenze genitoriali, a tutto tondo, in capo a un solo genitore sulla base dell’inciso previsto all’art 337 quater c.c., che di per sé disciplina l’affidamento esclusivo,  “salvo che non sia diversamente stabilito”.

La responsabilità genitoriale resta comune ma il suo esercizio, anche per le questioni fondamentali, è rimesso in esclusiva al genitore affidatario.

Le prime pronunce che confortano tale istituto risalgono all’ordinanza del 20 marzo 2014 del Tribunale di Milano (che  definisce tale affidamento con la locuzione “affidamento superesclusivo”), e all’ordinanza del 5 giugno 2015 del Tribunale di Torino; per contro quali provvedimento analoghi, ma molto più recenti si annoti:

  • Tribunale di Roma ordinanza del 15 luglio 2018

Ove si è stabilito che “le figlie minori (omissis) e (omissis) sono affidate in via esclusiva alla madre e stabilmente collocate presso la stessa ove è fissata la loro residenza, con la specificazione che alla madre spettano in via esclusiva anche tutte le decisioni di maggior importanza per le figlie afferenti l’educazione, l’istruzione, la salute e la scelta della residenza abituale, da assumere tenuto conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni delle figlie;”;

  • Tribunale di Roma decreto n. 19986/2018 del 23 luglio 2018

Ove il Tribunale “affida le minori (omissis) e (omissis) in modo esclusivo alla madre presso cui sono collocate, con la precisazione che alla stessa spetteranno tutte le decisioni su questioni di ordinaria e straordinaria amministrazione incluse quelle afferenti l’educazione, l’istruzione, la salute e la scelta della residenza abituale, da assumere tenuto conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni delle medesime”.

Nel primo caso, dirimente è stato il contegno non collaborativo del padre “reso palese anche dalla mancata partecipazione agli incontri di coppia genitoriale fissati davanti al ctu, ha di fatto provocato un danno alle figlie, impedendo l’avvio dei progetti di aiuto e sostegno delineati nell’ordinanza del (omissis), oltre a rendere manifesta la totale assenza di consapevolezza da parte del padre delle reali condizioni psicofisiche delle minori e del disagio dalle stesse vissuto anche e soprattutto a causa della loro triangolazione nel conflitto genitoriale, agito in maniera distruttiva dall'(omissis);”, nell’altro la personalità del genitore giudicata negativa sul rapporto con le minori in quanto “l’eventuale affidamento condiviso si risolverebbe in un grave pregiudizio per le bambine conducendo al rischio concreto di una paralisi decisionale.”

MATERIALE  PEDOPORNOGRAFICO  –  DIFFUSIONE –  CAUTELE

La norma

Ai sensi dell’art. 600 ter c.p., comma 1: “È punito con la reclusione da sei a dodici anni e con la multa da euro 24.000 a euro 240.000 chiunque:

  1.  utilizzando minori di anni diciotto, realizza esibizioni o spettacoli pornografici  ovvero produce materiale pornografico;
  2. recluta o induce minori di anni diciotto a partecipare a esibizioni o spettacoli pornografici ovvero dai suddetti spettacoli trae altrimenti profitto.”

Il caso

Un sacerdote viene condannato per il reato di pornografia minorile continuata, perché, utilizzando minori di anni 18, aveva realizzato e prodotto materiale pornografico, o comunque aveva indotto minori di anni 18 a partecipare ad esibizioni pornografiche, con le aggravanti di aver commesso i fatti in danno di minori e con l’abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla qualità di ministro di culto.

Il ricorso per cassazione proposto dai difensori dell’imputato, lamenta la non  corretta applicazione dell’art. 600-ter c.p: poiché le foto rinvenute sul computer dell’imputato non erano destinate alla pubblica fruizione, ma erano state conservate per il solo soddisfacimento dei propri istinti sessuali non può ritenersi integrato il reato punito dal citato articolo. Essendo necessaria la potenziale diffusione del materiale per la configurabilità del reato in questione, sarebbe stato necessario accertare se il comportamento dell’autore del reato fosse stato idoneo a creare un fenomeno diffusivo o fosse limitato a costituire il malsano hobby di un singolo individuo.

La giurisprudenza precedente

L’assunto difensivo si basa sulla  costante interpretazione giurisprudenziale  della norma di cui all’art. 600-ter, introdotta ad opera della legge 3 agosto 1998 n. 269, per la quale era   necessario l’accertamento del pericolo della diffusione del materiale pedopornografico.

Caposaldo di tale orientamento è la sentenza della Cassazione, Sezioni unite, del 31 maggio 2000, n. 13, con la quale gli Ermellini avevano ritenuto che l’art. 600-ter c.p. integrasse un  reato di pericolo concreto, e che dunque  lo stesso fosse sussistente allorché la condotta dell’agente che sfrutta il minore per fini pornografici abbia una consistenza tale da implicare concreto pericolo di diffusione del materiale pornografico prodotto. In quella occasione la massima ufficiale recitava: “Poiché il delitto di pornografia minorile di cui al comma 1 dell’art. 600 ter c.p. – mediante il quale l’ordinamento appresta una tutela penale anticipata della libertà sessuale del minore, reprimendo quei comportamenti prodromici che, anche se non necessariamente a fine di lucro, ne mettono a repentaglio il libero sviluppo personale con la mercificazione del suo corpo e l’immissione nel circuito perverso della pedofilia – ha natura di reato di pericolo concreto, la condotta di chi impieghi uno o più minori per produrre spettacoli o materiali pornografici è punibile, salvo l’ipotizzabilità di altri reati, quando abbia una consistenza tale da implicare concreto pericolo di diffusione del materiale prodotto”.

E’ solo in tempi recentissimi che inizia a farsi strada l’idea che, non solo non sia richiesto il pericolo di diffusione, ma che i reati di pedopornografia, nel colpire comportamenti anche prodromici, siano  ascrivibili alla categoria dei reati di danno e non di pericolo.

La sezione assegnataria del ricorso, ha ritenuto, con ordinanza del 30 novembre 2017, depositata il 25 febbraio 2018, che fosse indispensabile un intervento delle Sezioni Unite per vedere affrontata la questione: “Se, ai fini dell’integrazione del reato di cui all’art. 600 ter, comma 1, n. 1, c.p., con riferimento alla condotta di produzione del materiale pedopornografico, sia ancora necessario, stante la formulazione introdotta dalla Legge 6 febbraio 2006, n. 38, l’accertamento del pericolo di diffusione del suddetto materiale, come richiesto dalla sentenza a Sezioni unite 31/5/2000 (dep. 5/7/2000), n. 13, confermata dalla giurisprudenza anche dopo la modifica normativa citata”

La decisione delle Sezioni Unite

Le Sezioni Unite, dopo avere operato  una ricostruzione dell’evoluzione normativa e giurisprudenziale, hanno ritenuto che l’interpretazione proposta dall’orientamento largamente dominante, nel senso della necessità del requisito del pericolo di diffusione del materiale pedopornografico, dovesse ritenersi superata dall’evoluzione normativa e tecnologica.

La sentenza del 2000 rispondeva all’esigenza di evitare di trattare con eccessivo rigore sanzionatorio situazioni oggettivamente diverse:  quando la produzione del materiale pedopornografico era destinata ad una fruizione meramente privata, da parte dello stesso soggetto che aveva realizzato il materiale, erano ricondotti all’ambito di applicazione dell’art. 600 quater c.p. ,meno rigoroso sul piano sanzionatorio.

In conclusione : il requisito del pericolo concreto di diffusione del materiale era  un criterio interpretativo  nel  2000, ma oggi è anacronistico; pertanto la sentenza della Cassazione Penale, Sezioni Unite, 15 novembre 2018 n. 51815 nell’esaminare la definizione di “pornografia minorile” come fatto riferito ad ogni rappresentazione, con qualunque mezzo, di un minore degli anni diciotto coinvolto in attività sessuali esplicite, reali o simulate, o qualunque rappresentazione degli organi sessuali di un minore di anni diciotto per scopi sessuali, osserva l’irrilevanza del pericolo di diffusione ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 600 ter c.p.

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Tale chiave di lettura diviene così maggiormente coerente con il dato letterale e meglio si armonizza con il successivo art. 600 quater c.p. Entrambe le fattispecie si riferiscono , infatti, al materiale pornografico realizzato utilizzando minori di anni diciotto, ma la prima delle due incrimina la produzione di detto materiale equiparandola alla realizzazione di esibizioni o spettacoli pornografici (comma 1, n. 1), mentre la seconda incrimina il procurarsi o detenere il materiale in questione.

In conclusione, le Sezioni Unite modificando l’orientamento espresso nel 2000, si esprimono oggi con  il seguente principio di diritto: “Ai fini dell’integrazione del reato di cui all’art. 600 ter, comma 1, n. 1), c.p., con riferimento alla condotta di produzione di materiale pedopornografico, non è più necessario, …omissis…, l’accertamento del pericolo di diffusione del suddetto materiale”.

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Alla luce di quanto vergato dalle Sezioni Unite, appare evidente la stringente necessità di tutelarsi in caso di ricevimento “involontario” di materiale pedopornografico;  il consiglio è quello di segnalare il fatto alla Hotline “Stop-It” di Save the Children come indicato dalle Linee di Orientamento per la prevenzione e il contrasto del Cyberbullismo del Miur; tali segnalazioni sono poi trasmesse al Centro Nazionale per il Contrasto alla pedopornografia su Internet, istituito presso la Polizia Postale e delle Comunicazioni.

Quindi nel caso in cui si ricevano messaggi di posta elettronica contenenti immagini pedo-pornografiche o allusioni all’adescamento di minori è importante non cancellare l’e-mail, contattare con urgenza gli uffici della Polizia Postale e delle Comunicazioni della propria provincia, preferibilmente per telefono in modo da consentire agli operatori di svolgere accertamenti in tempo reale,  solo dopo il benestare  della Polizia Postale cancellare l’e-mail ;  se per altri  motivi bisogna necessariamente cancellare l’e-mail, prima di procedere alla sua rimozione è bene salvare il testo, l’eventuale allegato e l’header (intestazione) del messaggio di posta elettronica su un supporto esterno.

Il parcheggio incivile: situazione di arroganza che può trasformarsi in reato

A tutti può capitare d’imbattersi in un parcheggio “incivile” che blocca il transito della nostra autovettura, ostruendone il passaggio. Altre volte , per contro, anche ad una persona educata può capitare una situazione d’emergenza. Un conto se la cosa è di estrema transitorietà, con le scuse del caso, ben altra cosa se il comportamento è persistente, intrinsecamente provocatorio!

Il c.d. “parcheggio pirata” infatti  non solo è contrario alle buone regole di convivenza sociale, ma può costituire reato.

L’ordinamento giuridico punisce il fatto tramite il reato di “violenza privata“, disciplinato dall’articolo 610 c.p. che sanziona colui il quale, mediante violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa. Secondo costante Giurisprudenza, infatti,  il parcheggio selvaggio può integrare il reato in questione, in quanto idoneo ad impedire l’altrui libertà morale o di autodeterminazione, costringendo le vittime a tollerare parcheggi mal eseguiti.

La Corte di Cassazione ha enucleato alcune condotte tipiche, accomunate dall’esercitare una coazione sulla persona offesa, la quale per effetto di tale incisione della sua libertà di autodeterminazione, è posta nelle condizioni di subire una situazione non corrispondente al proprio volere.

Sentenza 16571/2006 della Suprema Corte:  integra la violenza privata il parcheggio irregolare in area condominiale.  La Corte  ha infatti sanzionato la condotta intenzionale  “dell’imputato di mantenere il proprio veicolo – già parcheggiato irregolarmente in un’area condominiale alla quale non aveva diritto di accedere (“condominio a lui estraneo”) – in modo tale da impedire alla persona offesa ( un condomino) di transitare con il proprio veicolo  rifiutando reiteratamente di liberare l’accesso, pretendendo “con evidente protervia ed arroganza” che la persona offesa attendesse le altrui  necessità”.

Sentenza 8425/2013 della Cassazione: ha statuito che “integra il delitto di violenza privata la condotta di colui che parcheggi la propria autovettura dinanzi ad un fabbricato in modo tale da bloccare il passaggio impedendo l’accesso alla parte lesa”

 Sentenza n. 48346/2015 Cassazione V sezione penale:  ha stabilito che commette il reato di violenza privata  chi blocca un’altra auto con la propria, parcheggiando l’auto in modo tale da ostruire l’unica possibilità di passaggio ad altra autovettura , che deve entrare od  uscire da casa o dal parcheggio di sua proprietà.

Ma vi è di più!

A) anche il parcheggio troppo vicino a un’altra auto può configurare il reato di violenza privata.  La Corte di Cassazione, infatti , con sentenza n. 53978/2017 Sez. V,  ha ritenuto colpevole il conducente che :  “posizionandosi con la propria autovettura a pochi centimetri dello sportello lato autista dell’autovettura della persona offesa ( che per la presenza di autovetture parcheggiate avanti e dietro, non aveva alcuna possibilità di manovra ) ha costretto la stessa  a scendere dal proprio mezzo dalla porta del passeggero, per affrontarlo in una discussione (allo scopo di ottenere lo spostamento del mezzo) ; quindi con tale condotta il ricorrente ha pesantemente condizionato la libertà di autodeterminazione e movimento della persona offesa.”

 

B) il parcheggio nello spazio riservato ai disabili, non solo è incivile e costituisce violazione dell’art. 158, comma 2, Codice della strada, ma  fa scattare il reato di violenza privata qualora il detto spazio sia espressamente riservato ad una determinata persona, per ragioni attinenti al suo stato di salute. La Suprema Corte  infatti con Sentenza n.17794/ 2017 sez. V ha così stabilito : “l’imputato, avendo visto la segnaletica, era cosciente di lasciare l’autovettura in un posto riservato ad una specifica persona, così impedendole di parcheggiare nello stesso spazio e non l’aveva fatto per quei pochi minuti che avrebbero consentito di dubitare della sua volontà ma aveva parcheggiato l’autovettura la mattina lasciandovela fino alla notte e quindi impedendo al disabile, a cui era stato assegnato il posto, di parcheggiare il veicolo anche al suo ritorno

VIOLENZA SESSUALE – IL RILIEVO DELLE DIVERSE CULTURE STRANIERE

I consistenti flussi migratori dei giorni d’oggi rendono sempre più plausibile la circostanza che un individuo, appartenente ad un gruppo etnico minoritario, violi una norma penale dell’ordinamento di accoglienza nell’atto di compiere un comportamento invece tollerato, autorizzato o persino imposto nel contesto culturale di provenienza. Quanto detto mette in luce il tema dei reati culturalmente orientati, ovvero quei comportamenti che nell’ordinamento italiano costituiscono reato ma che, nel contempo, sono espressione di principi, valori e consuetudini riconosciuti dal gruppo etnico cui appartiene il reo.

L’ordinamento dovrebbe dare rilevanza al motivo culturale che ha spinto l’agente a commettere il reato e  riservare allo stesso un trattamento sanzionatorio particolare?

L’ordinamento giuridico come deve porsi rispetto al condizionamento esercitato dall’appartenenza culturale di un individuo circa le modalità esecutive di una condotta penalmente rilevante?

Al fine di rispondere a questi due interrogativi bisogna comprendere se, ed in che termini, possa esistere la c.d. scriminante culturale.

La (presunta) esimente culturale

Molto spesso, in situazioni di questo tipo, durante il processo, la difesa dell’imputato invoca l’applicazione della c.d. esimente culturale. Si tratterebbe di  una presunta causa di esclusione dell reato modellata sulla falsariga di quella disciplinata ex art. art. 51 c.p. ovvero quella dell’ esercizio di un diritto o adempimento di un dovere. In particolare, la scriminante opererebbe sulle condotte costituite dall’esercizio di un diritto riconosciuto o tollerato nella cultura di origine.

La Suprema Corte, dal canto suo, già in precedenti pronunce aveva ritenuto che il richiamo alla cultura ed al costume del paese d’origine dell’imputato non potesse valere ad escludere l’elemento psicologico del reato e che l’imputato straniero non potesse invocare la scriminante dell’esercizio di un diritto riconosciuto nel paese di provenienza, qualora tale diritto non venga riconosciuto nell’ordinamento del nostro Paese.

Sempre la Cassazione aveva poi precisato che lo straniero che si stabilisce in un nuovo paese dovrebbe avere una corretta informazione sulla compatibilità dei propri comportamenti con i principi sanciti dal nuovo stato, non ritenendo plausibile che chi si trasferisce in un paese diverso ritenga, in buona fede, di poter mettere in atto qualsiasi condotta in quanto consentita dalla cultura del paese di origine.

Con la Sentenza n. 29613/2018, depositata il 3 luglio 2018, la Suprema Corte fa il punto sull’argomento.

Il caso

Una coppia di genitori di origine albanese veniva tratta in giudizio per rispondere del reato di violenza sessuale aggravata ai sensi dell’art. 609 ter ult. co. c.p.. (La pena è della reclusione da sette a quattordici anni se il fatto è commesso nei confronti di persona che non ha compiuto gli anni dieci ). Il padre, infatti, abusando della sua autorità, del divario di età e della condizione di immaturità del figlio minore costringeva con violenza quest’ultimo a compiere e subire atti sessuali (palpeggiamenti nelle parti intime e rapporti orali), mentre la madre,  nonostante l’obbligo giuridico di evitare i gravi abusi perpetrati ai danni del figlio, non interveniva pur essendone a conoscenza (art. 40 c.p.).

Ai sensi dell’art. 609 c.p. “Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità  costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da cinque a dieci anni. Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali: 1) abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto; 2) traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona; Nei casi di minore gravità la pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi”

La norma è chiaramente posta a tutela della libertà sessuale, ovvero la libertà di autodeterminarsi in ordine alla propria sfera sessuale. Le condotte prese in considerazione sono essenzialmente due:

la violenza sessuale per costrizione, realizzata per mezzo di violenza, minaccia o abuso di autorità;

la violenza per induzione, attuata mediante abuso delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa o mediante inganno, per essersi il colpevole sostituito ad altra persona.

Nel concetto di atti sessuali deve ricomprendersi ogni atto comunque coinvolgente la corporeità della persona offesa, posto in essere con la coscienza e volontà di compiere un atto invasivo della sfera sessuale di una persona non consenziente. Anche un bacio o un abbraccio sono idonei a compromettere la libertà sessuale dell’individuo, qualora, in considerazione della condotta complessiva, del contesto in cui l’azione si è svolta, dei rapporti intercorrenti tra le persone coinvolte, emerga una indebita compromissione della sessualità del soggetto passivo. La violenza consiste non solo nell’esercizio di una vis fisica o materiale, ma anche qualsiasi atto o fatto posto in essere dall’agente che abbia come ricaduta la limitazione della libertà del soggetto passivo, costretto, contro la sua volontà, a subire atti sessuali. Per quanto concerne invece la minaccia, essa consiste nella prospettazione di un male ingiusto e notevole quale conseguenza del rifiuto a subire la condotta. Per abuso di autorità, invece, si intende sia l’abuso commesso dal pubblico ufficiale, sia quello commesso dal privato, che strumentalizzi la sua posizione di supremazia nei confronti della vittima.

La coppia veniva assolta in entrambi i gradi di giudizio, sebbene con motivazioni differenti

Nel corso del processo di primo grado il Giudice ha escluso il configurarsi del reato per mancanza dell’elemento soggettivo, ovvero ritenendo insussistente il dolo dell’agente sulla base di una riconosciuta scriminante culturale:  pur non avendo dubbi sulla sussistenza dell’elemento materiale del reato, dunque, il Tribunale ha ritenuto di  escludere che la condotta fosse accompagnata dalla coscienza del carattere oggettivamente sessuale, secondo la nostra cultura, delle condotte poste in essere.

La Corte d’Appello è andata addirittura oltre, escludendo tout court la sussistenza del reato. I giudici hanno ritenuto che i fatti si traducessero in meri gesti di affetto e di orgoglio paterno nei confronti del figlio maschio secondo tradizioni proprie di alcune zone rurali interne dell’Albania e, che dunque, per l’effetto, tali gesti fossero da considerarsi privi di connotazioni sessuali.

Contro la sentenza ha fatto ricorso in Cassazione il procuratore generale della Repubblica chiedendone l’annullamento. Nei cinque motivi di impugnazione formulati, la parte ricorrente lamentava contraddittorietà della sentenza e vizio di motivazione, nonché plurime violazioni di legge (in riferimento agli artt. 5, 609 bis, 609 ter e 612 c.p.).

La posizione della Cassazione e le linee guida

Gli Ermellini, inquadrano innanzitutto la categoria dei reati culturalmente orientati, specificando come questi siano da considerarsi come un istituto non uniforme ed escludendo in toto che la norma penale possa essere abdicata in virtù di rispetto di tradizioni culturali, religiose, sociali del cittadino o dello straniero.

Tali tradizioni infatti devono tenere conto dei limiti derivanti dall’ordinamento giuridico nel quale esse vengono a trovarsi, non potendo, quindi, in alcun modo sovrapporsi alla norma giuridica. Per la Cassazione, insomma, non potrà mai prescindersi dal bilanciamento tra il diritto inviolabile del soggetto agente a non rinnegare le proprie tradizioni ed i valori offesi dalla sua condotta.

Sarà altresì necessaria, prosegue la Cassazione, valutare la natura della norma culturale in adesione alla quale è stato commesso il reato (se di matrice religiosa o giuridica) e il carattere vincolante della regola (se rispettata in modo diffuso da tutti i membri del gruppo culturale o desueta e poco diffusa). Infine, assumerà rilievo il grado di inserimento dell’immigrato nella cultura e nel tessuto sociale del Paese d’arrivo o il suo grado di perdurante adesione alla cultura d’origine, indipendentemente dal tempo di permanenza nel nuovo paese.

Riassumendo, la Corte individua tre linee guida in tema di reati culturalmente orientati e c.d. scriminante culturale:

  1. è necessario un giudizio di bilanciamento tra tutela delle tradizioni culturali e valori offesi;
  2. è necessario valutare la natura della norma culturale ed il carattere vincolante della regola;
  3. è necessario valutare il grado di inserimento dell’agente nella cultura e nel tessuto sociale del Paese d’arrivo.

Applicando le descritte direttrici al caso di specie, la Corte ha escluso la sussistenza della scriminante culturale ed ha ritenuto fondato il ricorso del procuratore generale.

La presunta tradizione culturale affermata dalla difesa emergeva dalle mere dichiarazioni difensive degli imputati;  la sedicente norma culturale sarebbe stata in contrasto anche con le prescrizioni del codice penale albanese; gli imputati erano poi  ben integrati nel tessuto sociale.

La Cassazione conclude sottolineando che, in tema di reati culturalmente orientati, se da un lato è fondamentale che l’interpretazione delle norme penali risenta del momento storico e culturale di riferimento, dell’integrazione dei migranti nella compagine sociale e del conseguente multiculturalismo, dall’altro non può pretendersi che il sistema penale retroceda, tralasciando di sanzionare comportanti che colpiscono o mettano in pericolo i beni di maggiore rilevanza tutelati dal nostro ordinamento, quali, come nel caso di specie, la tutela di autodeterminarsi in ordine alla propria sfera sessuale.

Il bonifico bancario può essere una donazione ?

Inevitabile analizzare la disciplina delle donazioni per comprendere la risposta  offerta dalla Suprema Corte.

La donazione è disciplinata dall’art. 769 del codice civile ed è il contratto in base al quale una parte (donante), per spirito di liberalità, arricchisce un’altra parte (donatario), disponendo a favore di questa di un suo diritto o assumendo verso la stessa un’obbligazione. La donazione che ha per oggetto la disposizione di un diritto è contratto ad effetti reali, ad esempio Tizio dona la proprietà del proprio immobile a Caio, il quale ne diventa proprietario. La donazione è un contratto a titolo gratuito ; ha per oggetto l’assunzione di un’obbligazione del donante è un contratto ad effetti obbligatori; ad es. Tizio assume un’obbligazione a favore di Caio. La donazione è un contratto che richiede l’accettazione del donatario per essere valido, l’unica ipotesi che non richiede l’accettazione è la donazione obnuziale.

Gli elementi del contratto di donazione sono: a) lo spirito di liberalità del donante o anche detto animus donandi; b)l’arricchimento del donatario.

Oggetto della donazione. i beni quale oggetto del contratto devono già essere presenti nel patrimonio del donante, infatti , la legge prevede la nullità della donazione di beni futuri o altrui.

Forma e capacità. La donazione per essere valida richiede la forma solenne dell’ atto pubblico, sotto pena di nullità, quindi ab substantiam, la forma solenne non è richiesta per le donazioni di modico valore e per le donazioni indirette. Si può donare anche a favore di colui che è soltanto concepito, sono valide anche quelle a favore di nascituri non ancora concepiti purché il genitore del donatario sia in vita al momento della donazione.

La donazione obnuziale, è fatta in funzione di un determinato futuro matrimonio sia dagli sposi tra Loro, sia da un terzo a favore di uno degli sposi o a favore dei figli nascituri di questi, tale liberalità è valida anche se non è accettata. Se vi sarà annullamento del matrimonio determinerà la nullità della donazione salvi i diritti del coniuge in buona fede che non sarà tenuto a restituire i frutti sorti anteriormente alla domanda di annullamento. Altro tipo di donazione è quella modale, ovvero la donazione in cui il donatario è gravato dall’adempimento di un onere, ad esempio Tizio dona al figlio Caio un immobile con l’onere di destinare 1/3 delle rendite del bene stesso a favore della fondazione per la ricerca sul cancro.

Esiste altresì la donazione fatta per riconoscenza o per meriti del donatario o per remunerazione ( Tizio dopo essere stato ben curato e assistito da Caio durante la sua malattia, gli dona un bene )

Non sono donazioni le liberalità d’uso, ad esempio i regali aziendali o i regali fatti dai familiari a Natale.

Revoca delle donazioni. La donazione può essere revocata per ingratitudine o per sopravvivenza di figli. La revoca della donazione ha effetti reali, cioè il donatario è tenuto a restituire i beni in natura. Se il donatario ha alienato i beni è tenuto a restituirne il valore, in riferimento al tempo della domanda.

La domanda di revoca per ingratitudine deve essere proposta dal donante o dai suoi eredi o aventi causa contro il donatario entro un anno dal giorno in cui si è venuti a conoscenza del fatto che consenta la revocazione. Sono causa di revocazione: il tentato omicidio del donante; la grave ingiuria a danno del donante; il doloso e grave pregiudizio al patrimonio del donante o il rifiuto di prestare gli alimenti.

Il donante può revocare la donazione per sopravvenienza di figli quando egli al tempo della donazione non aveva o ignorava di avere figli o discendenti. Il termine per proporre l’azione è di cinque anni dal giorno della nascita dell’ultimo figlio o discendente ovvero dalla notizia dell’esistenza del figlio ovvero dall’avvenuto riconoscimento del figlio nato fuori dal matrimonio.

Donazione Indiretta. La donazione indiretta o liberalità indiretta è ogni atto diverso dalla donazione tipica che però raggiunge lo stesso risultato anche se non è quello normale o tipico della donazione. Alle donazioni indirette si applica la stessa disciplina delle donazioni dirette per quanto riguarda la revoca per ingratitudine e per sopravvenienza di figli nonché quella per la riduzione delle donazioni per integrare la quota di legittima. La giurisprudenza ritiene non applicabile il requisito della forma solenne richiesta per la donazione tipica. Non esiste un tipo negoziale di donazione indiretta. Integrano ipotesi di donazione indiretta: il contratto a favore di terzo; l’intestazione di un bene a nome altrui, quando il padre o la madre fornisce il denaro al figlio per l’acquisto di un bene, l’adempimento del terzo e la remissione del debito.

Sentenza Cassazione n.18725 / 2017 – Sez. Unite

Nel caso di specie Tizio, pochi giorni prima del proprio decesso aveva trasferito alla figlia Caia tramite bonifico, un importo rilevante di strumenti finanziari, la banca eseguendo l’ordine impartito ha eseguito il trasferimento. Tizio moriva e si apriva la successione, l’altra figlia di Tizio Sempronia invocava la nullità di tale negozio in quanto non era stata rispettata la forma solenne prevista dalla legge per le donazioni. In primo grado il Tribunale di Trieste accoglieva la domanda dell’attrice dichiarando nulla la liberalità per mancanza della forma solenne. Caia, convenuta soccombente, ricorreva in appello e la Corte d’Appello di Trieste ribaltava il verdetto; riconducendo la liberalità di Tizio come donazione indiretta e perciò non soggetta alla forma solenne. Si giunge così al ricorso in Cassazione proposto da Sempronia. Essendoci in Giurisprudenza un dibattito in merito alla differenza di disciplina tra il contratto tipico di donazione e la donazione indiretta, la questione viene rimessa dinanzi alle Sezione Unite. Le Sezioni unite ripercorrono le differenze tra le donazioni dirette e le donazioni indirette e affermano che:  il regime formale della forma solenne (fuori dai casi di donazione di modico valore di cosa mobile) è proprio della donazione tipica, e ri­sponde a finalità preventive a tutela del donante, affinché non si spogli dei suoi beni. Per la vali­dità delle donazioni indirette, invece, non è richiesta la forma dell’ atto pubblico, essendo sufficiente l’osservanza delle forme prescritte per il negozio tipico utilizzato per realizzare lo scopo di liberalità.

Le Sezioni Unite cassano la Sentenza della Corte d’Appello e la rinviano ad altra Sezione della stessa Corte enunciando il seguente principio di diritto:” Il trasferimento per spirito di liberalità di strumenti finanziari dal conto di deposito titoli del beneficiante a quello del beneficiario realizzato a mezzo banca, attraverso l’esecuzione di un ordine di bancogiro impartito dal disponente, non rientra tra le donazioni indirette, ma configura una donazione tipica ad esecuzione indiretta; ne deriva che la stabilità dell’attribuzione patrimoniale presuppone la stipulazione dell’atto pubblico di donazione tra beneficiante e beneficiario, salvo che ricorra l’ipotesi della donazione di modico valore”.

Alla luce del suddetto principio la donazione tipica, redatta con la forma non solenne ( nel caso specifico il bancogiro ) è da considerasi nulla cioè priva di ogni effetto.

Sequestro di persona – Il caso del ministro Salvini

Ai sensi del primo comma dell’art. 605 c.p.: “Chiunque priva taluno della libertà personale è punito con la reclusione da sei mesi a otto anni.”

Si tratta di reato permanente posto a  tutela della libertà di movimento e di spostamento.

Un consolidato orientamento della Suprema Corte (Sez. V 12 maggio 1980 , n. 5907 e Sez. I, 4 maggio 2009, n. 18186) individua l’elemento oggettivo del reato nella privazione della libertà personale che si traduce nella libertà di locomozione. Non è necessario che la privazione sia totale, ma è sufficiente  che la persona offesa  venga privata della libertà personale per un tempo apprezzabile e che non sia in grado di recuperare la piena libertà con immediatezza, agevolmente e senza rischi, a prescindere dalla durata del sequestro:  ex articolo 605 c.p.,  infatti, non è previsto alcun aspetto temporale della condotta penalmente rilevante (si noti che  Cassazione  19548/2013, ha individuato la fattispecie anche  in quei pochi attimi durante i quali il reo costringe la vittima a salire a bordo dell’auto sotto la minaccia di un’arma.)

Il  reato è a condotta libera: può realizzarsi sia mediante azione (violenza, minaccia, inganno, ecc…) che mediante omissione (configurabile quando il soggetto passivo si trovi rinchiuso per cause estranee al soggetto attivo e questi, ometta  un obbligo giuridico di intervento).

Il  titolare del bene giuridico offeso  può essere qualsiasi soggetto, ma si prevede l’applicazione di circostanze aggravanti specifiche qualora esso sia un ascendente, un discendente o il coniuge, o qualora il soggetto agente sia un pubblico ufficiale, se il fatto è commesso con abuso dei poteri. Qualora il reato sia perpetrato ai danni di un minore “si applica la pena della reclusione da tre a dodici anni. Se il fatto è commesso in presenza di taluna delle circostanze di cui al secondo comma, ovvero in danno di minore di anni quattordici o se il minore sequestrato è condotto o trattenuto all’estero, si applica la pena della reclusione da tre a quindici anni. Se il colpevole cagiona la morte del minore sequestrato si applica la pena dell’ergastolo” .

Per quanto riguarda l’elemento soggettivo la norma richiede il dolo generico, ovvero la coscienza e volontà di privare il soggetto passivo della libertà personale.

Non hanno rilievo i fini, salvo che siano quelli di terrorismo o eversione, perché in questi casi sussistono specifici reati.  Il sequestro di persona a scopo di estorsione (art. 630 c.p.) e quello a scopo di terrorismo o di eversione (art. 289-bis c.p.) presentano infatti lo stesso elemento oggettivo del sequestro di persona semplice (la privazione della libertà personale), ma si differenziano per l’elemento soggettivo costituito dal dolo specifico, ovvero rispettivamente il fine estorsivo e il fine di terrorismo o di eversione.

Il sequestro di persona integra un tipico esempio di reato permanente che si perfeziona nel momento e nel luogo in cui la vittima è privata della libertà personale e che viene meno allorquando la vittima riacquisti la libertà per volontà del reo o per il sopravvenire di cause esterne.  E’ configurabile il tentativo (art. 56 c.p.) quando la privazione della libertà personale altrui sia stata impedita, dopo il compimento di atti diretti in modo non equivoco a tal fine, per cause non dipendenti dalla volontà dell’agente.

La disposizione prevede una circostanza attenuante specifica, da riconoscersi nei casi in cui vi sia ravvedimento operoso da parte dell’autore del delitto. In questo caso è  prevista una diminuzione della pena sino alla metà, ma e’ necessario un aiuto concreto nei confronti dell’autorità per contrastare il delitto, per evitare la commissione di ulteriori fatti di sequestro, nonché per la raccolta di elementi probatori decisivi per l’individuazione e la cattura dei concorrenti:  l’imputato deve adoperarsi  concretamente per evitare che l’attività penalmente rilevante sia portata a conseguenze ulteriori. Si tratta di una particolare forma di recesso attivo  che necessita di un coefficiente di volontarietà nell’atto, che dunque non deve essere conseguenza di fatti esterni, come ad esempio la fuga del sequestrato.

Al reato è possibile inoltre applicare la scriminante del consenso dell’avente diritto (art. 50 c.p.). L’opportunità si ravvisa in particolare con riguardo alle ipotesi di ricovero di tossicodipendenti in comunità con il consenso degli stessi e di rinuncia alla libertà personale in nome di convinzioni religiose.

Il consenso deve ritenersi invalido allorché si verifichi la totale soppressione della libertà, ovvero una menomazione così grave da diminuire notevolmente la funzione sociale dell’individuo, come pure nei casi in cui gli atti di consenso siano, comunque, contrari alla legge, al buon costume o all’ordine pubblico.

Altra ipotesi di sequestro di persona scriminato può intravedersi nel caso in cui la limitazione alla libertà personale altrui avvenga nell’esercizio della potestà educativa e disciplinare. Essa si può configurare sia a favore dei genitori sia, nei limiti previsti dalla legge, a favore di maestri e precettori. La giurisprudenza ha precisato come un eventuale abuso di tali poteri non realizza il sequestro di persona bensì, sempre che ne sussistano i presupposti di legge, il diverso reato di maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.) (Cass. Pen., sez. V, sentenza 6 febbraio 1987, n. 1342)


Esposte le linee essenziali dell’istituto, si osserva come non sia certo un fatto usuale discutere di sequestro di persona; per contro, “oggi” TUTTI disquisiscono sulla vicenda: “Migranti sequestrati sulla nave Diciotti”.

Il P.M. di Agrigento (con una dose di oggettivo protagonismo, dal momento che lo stesso è salito a bordo della nave con ripresa TV) ha aperto un fascicolo ipotizzando il reato di “arresto illegale” e di “sequestro di persona”, ma l’ipotesi è oltremodo fantasiosa; infatti:

1) per sussistere l’arresto illegale, serve un arresto e, nel caso di specie, nessuno è stato arrestato;

2) il sequestro di persona esige una privazione della libertà illegittima; si arriverebbe altrimenti all’assurdo, ovvero a poter pensare che un Giudice, mandando in carcere un soggetto, possa essere accusato di sequestro di persona!

In altri termini, la decisione del ministro Salvini, unico legittimato a decidere se lo “sbarco” fosse caldeggiabile oppure in contrasto con le ragioni di ordine pubblico e d’igiene, era ed è una decisione discrezionale e, come tale, una scelta politica, discutibile forse, ma pur sempre discrezionale e pertanto non certo illegittima.

Siamo dunque tutti coinvolti in una generale disinformazione dove, evidentemente, vi è interesse a mischiare i ruoli tra politica e magistratura quando, invece, la distinzione dei poteri dovrebbe essere rigorosa; senza dimenticare che l’indagato Salvini, come tale, dovrebbe ricevere un’informazione di garanzia personale e privata, non certo divulgata…ma oramai le indagini ed i processi si fanno in TV.

CONTRATTO di LOCAZIONE – CORTE DI CASSAZIONE SENTENZA 25503/2017

Il contratto di locazione è disciplinato dagli articoli 1571 c.c. e seguenti e da leggi speciali. È il contratto in base al quale una parte (locatore) si obbliga a far godere all’altra (locatario) una cosa mobile o immobile per un dato tempo verso il pagamento di un canone. È un contratto consensuale ad effetti obbligatori che fa nascere in capo al conduttore un diritto personale di godimento. Se la locazione ha una durata superiore a nove anni ed ha ad oggetto un bene immobile la legge prescrive la forma scritta ad substantiam e la trascrizione. La locazione non può avere una durata superiore a trent’anni, se si stipula per un periodo più lungo o in perpetuo è ridotto a termine di legge; mentre per i contratti che hanno per oggetto immobili ad uso abitativo è stabilita una durata minima.

I contratti di locazione devono essere registrati  all’Agenzia delle Entrate.

Le obbligazioni a carico del locatore ex art.1575 c.c. sono: a) consegnare la cosa locata in uno buono stato di manutenzione; b) mantenerla in uno stato da servire all’uso convenuto. Il locatore è tenuto ad un generale obbligo di manutenzione della cosa locata, cioè dovrà eseguire tutte le riparazioni necessarie ed indispensabili per mantenere la cosa in uno stato idoneo per servire all’uso a cui è destinata. Sono escluse da tale obbligo le piccole riparazioni che sono a carico del conduttore; c) garantire al conduttore il pacifico godimento della cosa. Il locatore deve quindi tutelare il conduttore dalla molestie di terzi che reclamino diritti sulla cosa.

Le obbligazioni a carico del conduttore sono: a) prendere in consegna la cosa e godere della stessa con la diligenza del buon padre di famiglia, rispettando la destinazione economica del bene; b)pagare il corrispettivo nei termini convenuti. Alla fine della locazione il conduttore è tenuto a restituire la cosa nello stato in cui l’ha ricevuta.

Esaminati i principi generali; soffermiamoci su talune regole specifiche a carico del conduttore per gli immobili ad uso abitativo.

Il conduttore :

A) può recedere dal contratto in qualsiasi momento a partire dalla seconda scadenza contrattuale, ma deve dare il preavviso al locatore, a mezzo lettera raccomandata, almeno sei mesi prima; le parti possono comunque concordare modalità di recesso più favorevoli al conduttore, con l’inserimento di apposita clausola contrattuale.

B) Se il conduttore è inadempiente nel versamento del canone di locazione corrispondente a due mensilità, il locatore è legittimato a chiedere la risoluzione del contratto di locazione ex art. 1453 c.c.. Spesso, sul punto, vi sono pattuizioni specifiche ed è alquanto frequente l’inserimento di una clausola che attua il riferimento ad una sola mensilità invece che a due.

C) non può sublocare l’immobile o cedere il contratto a terzi senza l’espresso consenso del locatore, ma ha il diritto di prelazione nel caso di alienazione dell’immobile locato. Tale facoltà deve essere esercitata entro 60 giorni dalla notificazione della comunicazione della vendita.


Un particolare rilievo nel rapporto di locazione è da attribuirsi alla registrazione del contratto, la cui omissione genera effetti giuridici di particolare sostanza.

Al riguardo è illuminante un caso da ultimo deciso dalla Suprema Corte di Cassazione con sentenza  n. 25503 del 13 dicembre 2016.

Il punto di partenza è un contratto di locazione ad uso non abitativo, stipulato nel 2007, per il quale il conduttore non aveva mai pagato il canone di locazione. Il locatore, a fronte del mancato pagamento del canone,  citava in giudizio il conduttore con la richiesta di risoluzione del contratto per inadempimento ed il risarcimento del danno per illegittima occupazione dell’immobile; la conduttrice si costituiva in giudizio eccependo di non aver mai stipulato nessun contratto di locazione.

Il Tribunale di Ravenna accoglieva la domanda del locatore; la soccombente proponeva appello.

La Corte d’Appello di Bologna respingeva il gravame per i seguenti motivi: a) il contratto di locazione era stato concluso, ma era inefficace perché non registrato; b) l’inefficacia del contratto però non esimeva il conduttore dall’obbligo di corresponsione del canone.

La conduttrice  proponeva  ricorso in Cassazione.

La Suprema Corte  cassava la sentenza della Corte d’Appello richiamando la legge finanziaria del 2004 n. 311 affermando che: “i contratti di locazione, o che comunque stabiliscono diritti relativi di godimento, di unità immobiliari o di loro porzioni, comunque stipulati, sono nulli, se ricorrendone i presupposti, non sono registrati”.

Quindi un contratto di locazione non registrato è giuridicamente nullo!

La Suprema Corte, nel suo ragionamento, si è agganciata alla Sentenza della Corte Costituzionale n. 420 del 2007 ove viene affermato che :”la normativa tributaria assurge al rango di norma imperativa, la cui violazione determina la nullità del negozio sancita dall’ art.1418 c.c.”.

Riflessione conclusiva: il locatore è visto dall’Ordinamento come potenziale evasore, conseguentemente, per tenerlo “sotto tiro” se e qualora avesse la malaugurata idea di non registrare il contratto, si troverebbe costretto a restituire i canoni percepiti al conduttore. Essendo rilevante il principio secondo il quale le prestazioni eseguite in forza di un contratto nullo costituiscono un indebito oggettivo regolato dall’art.2033 c.c., il locatore con contratto “non registrato” dovrà restituire quanto percepito per canoni.

Lo Stato, che ha il potere – dovere del controllo del locatore quale Contribuente, sposta sul rapporto in essere tra due parti questo suo potere – dovere d’imposizione fiscale; ovvero attribuisce al conduttore un vantaggio qualora il Locatore sia “evasore”. Questo non pare corrispondere al principio di autonomia contrattuale, ove l’essenza è appunto la locazione e non il risvolto “fiscale”; risultando francamente più convincente il ragionamento della Corte Bolognese sopra richiamato…… ma, come ben ovvio, l’ultima parola è della Suprema Corte alla quale dobbiamo adeguarci.

IL CONTRATTO di COMODATO – riflessioni su immobili e vicende sentimentali

Il comodato è disciplinato dall’art. 1803 del codice civile. E’ un contratto in base al quale una parte (comodante) consegna all’altra (comodatario) una cosa mobile o immobile affinché se ne serva per un uso o per un tempo determinato, con l’obbligo di restituire la stessa cosa ricevuta. E’ un contratto reale (ovvero si perfeziona con la consegna della res), ad effetti obbligatori, gratuito (se non fosse gratuito si entrerebbe nella sfera del contratto di locazione) ed unilaterale (l’unica prestazione che nasce dal contratto è la restituzione della cosa).

Il comodatario:

  • ha  il diritto di godere della cosa, se ne può servire per l’uso determinato dal contratto o dalla natura della cosa stessa;
  • non può concedere ad un terzo il godimento della cosa senza il consenso del comodante;
  • deve custodire e conservare la cosa con la diligenza del buon padre di famiglia;
  • è tenuto a restituire la cosa alla scadenza del termine convenuto dal contratto.

In ordine al termine ed all’obbligo di restituzione devono essere fatte delle sottolineature, infatti:

  • se è fissato un termine, la restituzione della cosa può avvenire solo e soltanto se il comodatario  dimostri  un urgente ed imprevedibile bisogno (ex art. 1809);
  • se invece il contratto di comodato è senza determinazione di durata (c.d. comodato precario), la restituzione deve avvenire a pronta richiesta  (ex art. 1810).

Al fine di riflettere e capire la differenza tra il comodato “classico” disciplinato agli artt. 1803 e 1809 c.c. ed il c.d. comodato precario ex art. 1810 c.c., è interessante analizzare la sentenza n. 3553/2017 della Suprema Corte di Cassazione.

La comodante, che aveva concesso in comodato al figlio ed alla sua convivente un immobile, cita in giudizio la compagna del figlio per ottenere il rilascio del detto immobile. La comodataria si costituisce in giudizio sostenendo la non  applicabilità, al caso di specie, della disciplina del comodato precario previsto dall’art.1810 c.c. in quanto l’immobile era destinato ad esigenze di tipo familiare. Sia il Tribunale adito in primo grado e poi la Corte dell’Appello rigettavano le domande della comodante.

Si giunge così al ricorso in Cassazione ove la Suprema Corte, rigettate le argomentazioni della proprietaria dell’immobile, e confermate così le decisioni emanate in primo e secondo grado, coglie l’occasione per analizzare la disciplina del codice civile, ovvero dei due tipi di comodato.

La Corte afferma:

  •  nel comodato precario è consentito al comodante chiedere il rilascio della cosa al comodatario ad nutum, ovvero a pronta richiesta senza eccezione alcuna;
  • nel caso invece dell’art. 1809 c.c. ciò che rileva è la consegna di una cosa per un tempo determinato o per un uso che consente comunque di stabilire la scadenza contrattuale.

Quindi la Suprema Corte, nel caso di specie,  ha ritenuto applicabile  l’art.1809 c.c. ed ha stabilito il seguente principio di diritto: ”se l’immobile concesso in comodato è destinato ad abitazione familiare, il comodante può esigerne la restituzione immediata, solo se sopravviene un improvviso o urgente bisogno”.


Immaginiamo al fine attuare alcune riflessioni la seguente ipotesi: un signore ha due immobili, uno dove abita e l’altro libero. In quello libero vanno ad abitarci il figlio del citato proprietario con la coniuge  e nel contempo nasce un bambino; dopo 1 anno la coppia “scoppia” e la Signora chiede la separazione e l’affidamento della casa.

La casa gli viene affidata?

La risposta di molti Tribunali sul punto è positiva e conseguentemente la situazione del proprietario diventa perdente e diabolica! Sia ben chiaro,  la presenza del bambino può generare molteplici considerazioni, ma l’argomento qui in analisi è l’istituto del comodato e le maglie normative sul punto sono molto larghe!

Quale genitore non darebbe ad un figlio la disponibilità della casa?  Nel momento in cui quello stesso figlio avrà degli sviluppi sentimentali tormentati e si ritroverà soccombente nella lotta con la coniuge, Vi sembra giusto che il padre “proprietario” non sia libero di difendere il Suo bene?

In conclusione,  nel seguire la Sentenza citata:

  • se è stato stipulato un contratto di comodato con una scadenza precisa, alla fissata scadenza il bene rientrerà nella disponibilità del proprietario;
  • qualora esista un termine ben stabilito ed il proprietario desiderasse rientrarne in possesso prima della scadenza dello stesso, oseremo dire che la possibilità di dimostrare un improvviso ed urgente bisogno non avrà alcun valore rispetto al prevalente concetto di tutela del nucleo familiare, specie  nel caso in cui vi sia prole;
  • qualora invece si parta dall’idea che la disponibilità del bene era stata data a titolo precario, ovvero senza un contratto di comodato con precisa scadenza,  il proprietario per riavere la disponibilità del bene risulterà destinato a soffrire le pene dell’inferno in quanto in presenza di prevalenti valori della famiglia non è ravvisabile il concetto di precarietà. Tanto per intenderci, riagganciandoci all’esempio fatto, il figlio, magari, tornerà a vivere a casa del padre, mentre la coniuge, con il bambino, starà tranquillamente nella casa  concessa in “comodato”.

E pertanto, senza voler essere prevenuti ( è una realtà ): se un genitore ha un figlio maschio ed ipotizzasse concedere un immobile in comodato allo stesso figlio ed alla coniuge, può sembrare freddo e malizioso, ma è bene che il contratto abbia una scadenza  chiara e che sia registrato.